15 marzo 2012

Scacco alla regina

I gialli della serie di Lady Georgiana sono una lettura leggera e gradevole, perché i personaggi sono simpatici, le battute divertenti, e anche se l'intrigo in sé non è particolarmente avvincente, l'apparizione qui e là di guest stars riesce a tenere il lettore attento.
Scacco alla regina (titolo che ovviamente non ha nessuna relazione né con l'originale – A royal pain – né con la trama) in particolare mi è piaciuto perché mostra di sfuggita quel mondo intellettuale di sinistra al quale apparteneva W. H. Auden prima di partire per gli Stati Uniti.

La filleule du Seigneur - Une Heure ou la Vision

Due brevi racconti di Charles Nodier, tipici del genere romantico fantastico. Nell'antologia con copertina gialla dalla quale li leggo, sono etichettati come cycle wertherien (1800-1806).

11 marzo 2012

In viaggio col morto

Dorothy Cameron Disney è l'autrice di un numero relativamente basso di romanzi gialli, ma tutti di ottima fattura. Questo, che è il suo libro di esordio, del 1936, non ha smentito le mie attese.
Lola e Jack lasciano New York per la tranquillità della campagna… ironia della sorte, la campagna si rivelerà una fonte di pessime sorprese: una padrona di casa prepotente, la sua noiosa dama di compagnia, il tuttofare pigro e supponente, un misterioso ed arrogante ospite che muore assassinato proprio sullo strapuntino della macchina di Lola e Jack… e questo è solo l'inizio delle tribolazioni dei nostri amici cittadini che, fin dall'inizio del romanzo, ci comunicano la loro intenzione di tornarsene di gran carriera nell'anonimato sicuro della Grande Mela.

Utili consigli per il buon investigatore

Alexander McCall Smith fa parte dei "miei" autori: quelli che caschi il mondo, appena esce un libro mi ci precipito e lo leggo. Di solito in inglese, perché così li posso leggere prima, e poi è una lingua abbastanza facile. Unica eccezione la serie di Mma Ramotswe, in primo luogo perché ne è appassionata anche mia madre, che non legge bene l'inglese, in secondo perché è quella di maggior successo, e la pubblicano abbastanza presto.
Mma Ramotswe e la sua assistente Grace Makutsi sono entrambe mosse da intelligenza, buon senso e bontà; eppure non solo nei rapporti con le altre donne, e in particolare con la "malvagia" Violet Sephotho, ma anche tra di loro, nonostante la cosciente solidarietà femminile, vi è sempre una diffidenza, una competizione, che, almeno in letteratura, non c'è tra uomini: Archie Goodwin non si sogna mai al posto di Nero Wolfe, per fare un altro esempio di una consolidata coppia di investigatori in cui il capo è di "corporatura tradizionale".
Infine un caso bizzarro: pochi giorni dopo aver finito Utili consigli per il buon investigatore, ho visto per la prima volta Il bagno turco di Ozpetek. E arrivata alla scena in cui la moglie di Francesco si rifugia in una casa abbandonata, ho avuto la sensazione di aver già visto, in un altro film, qualcosa di molto simile. Solo ora, aprendo a caso il libro per controllare la grafia dei nomi, ho scoperto che non in un film, ma in questo libro, si trovava la scena: testimonianza di quanto sia visivamente evocativa la scrittura di McCall Smith.

22 febbraio 2012

La sera della prima

Un giallo affascinante, anche se, come molte opere degli anni '30, piuttosto macchinoso.
Molti personaggi, tra i quali anche una cantante d'opera.
Una buona lettura, anche se per certi versi viene messa anche troppa carne al fuoco, e l'autore (misterioso, non si sa chi si celasse dietro lo pseudonimo F. G. Parke) ogni tanto sembra saltare bruscamente da un tipo di trama all'altro: ad esempio l'intrigo romantico, molto presente all'inizio, passa poi totalmente in secondo piano.

17 febbraio 2012

Il circolo delle ingrate

Elizabeth von Arnim è tra gli autori che preferisco in assoluto. E questo libro si conferma all'altezza di quelli che ho più amato, da Un incantevole aprile, con il quale condivide la tematica della ricerca di un paradiso che accolga donne deluse dalla vita, incontratesi in modo più o meno casuale, a Mr Skeffington. Tutte indagini sull'anima umana e femminile, su quel monte di pregiudizi, costrizioni, prevenzioni, piccoli egoismi, paure, che separano le anime l'una dall'altra, sia tra uomo e donna che all'interno dello stesso sesso. Un'indagine che, proprio perché non si arresta ai pregiudizi dell'epoca ma scende nelle pieghe di ogni anima, nei comodi adagiarsi, nelle reticenze ipocrite, non è affatto invecchiato a distanza di ben 111 anni.
Il titolo originale sarebbe The Benefactress, la benefattrice. La scelta del titolo italiano, anche se apprezzo il riferimento al Ballo delle ingrate monteverdiano, non mi convince appieno.
È la costa di fronte all'isola di Rügen in Germania, e non l'Italia come in Un incantevole aprile, il paradiso che accoglie Anna, con la nipotina Letty e la sua governante Miss Leech, cui poi si aggiungono tutta una serie di donne, tutte non volute, tutte costrette a sacrificarsi in una società che non permette ad una donna di lavorare e la costringe, se non è ricca né sposata, a vivere della carità dei parenti, in una situazione di dipendenza totale. E la ricchezza si può perdere, da un momento all'altro, così come si può perdere il marito. Quel che Anna cerca, per se e le sue protette, è una sicurezza intoccabile, che deriva dall'affermazione di sé: solo in quel caso marito e ricchezza acquistano valore. Fin dalle prime pagine Anna si definisce infatti in contrasto con la cognata Susie, che ha sia ricchezza che un marito che le conferisce una posizione sociale, ma nondimeno è infelice, e rende infelici gli altri, Anna in primo luogo. A Susie manca infatti quell'illuminazione che Anna cerca per tutto il romanzo e conquista alla fine. In fondo la situazione femminile descritta nel volume non è poi tanto diversa da quella della protagonista di Major Pettigrew's Last Stand, a distanza di oltre un secolo.
Ma la pagina più impressionante per me non è legata alla condizione della donna, ma è la lucida descrizione fatta qui, già nel 1901, del razzismo nei confronti degli ebrei. Sotto gli occhi attoniti della donna inglese, gli occhi del suo interlocutore si sbarrano, i suoi discorsi si tingono di sangue, l'odio cieco e irragionevole diventa improvvisamente tangibile. Questo choc viene descritto in modo talmente vivido che è evidente che si tratta di una scena cui Elizabeth von Arnim ha assistito.

9 febbraio 2012

At Bertram's Hotel

Miss Marple, appena sveglia nella sua confortevole camera del Bertram's Hotel, guarda fuori dalla finestra, torna a letto a leggere dal libro delle devozioni la pagina del giorno, e poi… «Then she picked up her knitting and began to knit, slowly at first, since her fingers were stiff and rheumatic when she first awoke, but very soon her pace grew faster, and her fingers lost their painful stiffness». Nel corso del romanzo Miss Marple lavora tantissimo a maglia, ma Agatha Christie non fornisce alcun particolare del lavoro: non sappiamo il colore della lana, se si tratta di calze o una copertina o un maglione, nulla. Sentiamo solo il ticchettio dei ferri che stimola le sue riflessioni.
In quest'insolita atmosfera urbana (ma meno insolita di quella caraibica in cui agisce in un altro romanzo) Miss Marple si muove in un ambiente intriso di passato. Questo è forse il romanzo di Agatha Christie nel quale l'intrigo, le piccole cellule grigie, ha minore importanza; e nel quale invece è il quadro, fin dal titolo, che si impone. E per un certo verso è quello nel quale, insieme al quadro, anche Miss Marple (e il suo contraltare maschile, l'ispettore Davy, come lei anziano e rassicurante, tanto da essere chiamato "Father" dai colleghi, e come lei dotato di acuta intelligenza) viene più alla luce. Il romanzo non è l'intrigo, ma il ritratto di una generazione che sta morendo, di un'Inghilterra di vedove, lady, canonici, colonnelli, vicari, governanti, maggiordomi e arcidiaconi che solo nei libri esiste ancora: Miss Marple, l'ispettore Davy, ma anche Selina Hazy, il colonnello Luscombe, il canonico Pennyfather (adoro il canonico Pennyfather, sia detto per inciso). Senza nostalgia: Agatha Christie denuncia la macerante ed ipocrita tendenza al rimpianto dei bei tempi andati, al tentativo di riportare in vita quel che è morto, che non può più esserci: «le Five o'clock is as dead as the dodo!» E lo fa, appunto, mostrandoci non Miss Marple, ma sua nonna (la nonna di Miss Marple! Insomma, pensiamoci un poco!) che in visita a Parigi (e dobbiamo essere in pieno ottocento) con la figlia e la nipotina (Miss Marple ragazzina… vengono di nuovo le vertigini) nota di essere l'unica donna con la cuffia: torna a casa e spedisce tutte le sue cuffie non ad una vendita di beneficenza, ma ad un teatro, lucidamente conscia che solo per l'arte, la letteratura, i musei il passato può essere utile ed avere ancora un ruolo al giorno d'oggi, non nella vita quotidiana.
E poi, tra i personaggi, c'è Henry, il cameriere perfetto, che sembra materializzarsi accanto ai clienti del Bertram's per assolvere ogni loro desiderio: un po' come il suo omonimo newyorkese si occupa dei membri del Club dei vedovi neri di Isaac Asimov.

5 febbraio 2012

La casa dei sette cadaveri

Un giallo dopo l'altro, è vero, ma un po' è il periodo (il lavoro e lo stress chiamano una lettura avvincente ma rapida e non impegnativa), un po' il fatto che io ne leggo comunque tantissimi, un po' la stagione fredda (e qui mento: d'estate direi che è una lettura tipicamente estiva, perché comoda da portare in viaggio o in spiaggia; e comunque non ho un camino accanto al quale leggere). Piuttosto devo notare che si tratta di un momento fortunato, dato che con i gialli capitano spesso delle fregature: anche La casa dei sette cadaveri infatti è di qualità veramente ottima, come Cerco me stesso (e non parliamo del libro che sto leggendo in questo momento).
Un autore inglese classico, del quale ho già letto Sotto la neve (sempre pubblicato da Polillo nella collana "I bassotti"). Anche se pubblicato nel 1939, lo stile di questo romanzo lo colloca nella fase "post Conan Doyle - pre Agatha Christie" della storia del giallo inglese.
Se dovessi scegliere un sottotitolo per questo giallo, direi "L'importanza di essere un gentiluomo inglese". Spero con questo di non svelare nulla a chi non ha letto il libro, e di far notare invece qualcosa a chi l'ha letto, ma distrattamente.

31 gennaio 2012

Cerco me stesso

Tra le grandi firme del giallo classico, quella di Patrick Quentin è una delle più interessanti. Le trame sono sempre intriganti, caratterizzate da quegli elementi di novità e di approfondimento psicologico che ne costituiscono il pregio maggiore.
In questo caso gli elementi psicologici di interesse sono due: da un lato l'amnesia di Peter Duluth, uno dei protagonisti ricorrenti, insieme alla moglie Iris (in questo libro quasi assente) dei libri di Patrick Quentin; dall'altro viene analizzata una situazione che potremmo definire di "post-patriarcato". È quest'ultimo elemento quello sul quale vorrei soffermarmi. Ci viene mostrata infatti una famiglia che, dopo la morte del vecchio, ricco, oppressivo, puritano pater familias, riprende a respirare, concedendosi spese, dolci, sigarette, alcol, prima proibiti. Ma se l'unico figlio maschio, schiacciato dalla figura paterna, si è rifugiato nell'alcolismo, le tre donne di casa, moglie, figlia e nuora, mostrano di aver sviluppato, ognuna a proprio modo, una resistenza e una ribellione al dominio maschile che si rivela poi in modi inaspettati. Se lo scontro tra uomini si rivela come una mera divisione in vincitori e vinti, quello tra uomo e donna è ben più complesso e articolato, poiché, come nelle dinamiche di ogni coppia, non sempre le cose sono come appaiono. Ma la morte che ha liberato le tre donne di Cerco me stesso da questa ingombrante figura paterna, è stata davvero naturale come loro sostengono?

28 gennaio 2012

Lolita

Qualche giorno fa, un'amica mi ha detto: "Sai, sto leggendo Lolita, la prima parte è molto più divertente del film, è un libro bellissimo". La magia, anche a distanza, ha iniziato ad operare, e quando pochi giorni dopo ho visto, su uno scaffale che è di passaggio ma sul quale non l'avevo visto mai, appunto Lolita, giusto nel momento in cui avevo finito il libro precedente, non ho potuto non prenderlo e leggerlo. Dovevo farlo.
Di Lolita, si sa, è stato detto che è "il resoconto della storia d'amore di Nabokov con la letteratura romantica", il che equivale a dire "col romanzo"; Nabokov corresse questa definizione sostituendo "lingua inglese" a "letteratura romantica". E in effetti, come nei racconti di Agnon ma in modo diverso, più cosciente, più disperato, più "bello", Nabokov si occupa di problemi di lingua. Non solo, ci immerge nella lingua, che diventa carne in cui sprofondare.
Ma Lolita è anche, come ben diceva la mia amica, un libro "divertente", per lo sguardo acuto che punta sull'America, sguardo profetico. Per i giochi di parole, per esempio con i nomi dei personaggi, dal protagonista Humbert Humbert alla signora Vanessa Van Ness, nominata solo un attimo per il puro gusto di inserire questo nome. E, sempre nel campo divertimento, Lolita è, alla fin fine, anche un giallo (e infatti nella postfazione di Nabokov, A proposito di un libro intitolato Lolita, ci si sofferma sulle regole del poliziesco, accanto a quelle della letteratura pornografica).
Non posso dire altro di questo libro meraviglioso, per paura che questo scritto capiti tra le mani di qualcuno che non l'ha ancora letto. Tra le tante immagini che restano, è il pianto di Lolita, «ogni notte, ogni notte». Una «tragedia privata», da accostare a quella dell'autore: «ho dovuto abbandonare il mio idioma naturale, la mia lingua russa così ricca, così libera, così infinitamente docile […]».

19 gennaio 2012

Le Gentilhomme de la Montagne

In quest'edizione degli anni '30 che ho letto al romanzo di Dumas El Salteador è stato cambiato il titolo, dandogli quello del dramma che dal romanzo l'autore trasse e presentò qualche anno dopo, Le Gentilhomme de la Montagne.
I romanzi di Dumas, anche quelli scritti in fretta e furia, sono sempre una delle migliori letture che si possano fare. Questo deve molto ad Hernani di Victor Hugo, per l'epoca storica (benché Dumas si riveli più storicamente accurato di Hugo, collocando correttamente Carlo V in Spagna al momento dell'elezione imperiale) e per certi caratteri dei personaggi, dal bandito protagonista (El Salteador, appunto) a certe assonanze nei nomi, da Don Ruiz che chiede giustizia come Don Ruy Gomez de Silva chiede vendetta in Hernani, al personaggio femminile che da Doña Sol diviene Doña Flor. Ma El Salteador presenta alcuni punti di contatto anche con Il conte di Montecristo, in particolare per l'omonimia delle due Mercedes, entrambe madri devote e mogli infelici.
Per me era particolarmente interessante vedere come il personaggio di Carlo V sia ritratto da Dumas come più freddo di quanto non facciano Hugo e Verdi (non solo in Hernani/Ernani ma anche rispettivamente in Ruy Blas e Don Carlos). Vien da pensare che Carlo V, nell'Ottocento, facesse più simpatia a chi aveva tendenze repubblicane che non a chi sosteneva la monarchia, per lo meno in Francia. Forse perché la lealtà ai capetingi non poteva far dimenticare la prigionia di Francesco I? O perché Carlo V è un po' troppo un sovrano "che si è fatto da sé", imperatore più per le proprie qualità (che Dumas non manca di riconoscergli) che per diritto divino?

Probabilmente El Salteador non è tra le migliori opere di Dumas, vi sono dei punti che restano non ben definiti, altri che sarebbero necessari ma non vengono trattati (ad alcune di queste discrepanze sul piano drammaturgico Dumas ripara, a quel che ho visto, nel dramma di qualche anno dopo). Eppure la scrittura è sempre quella, potente e drammatica, che lo ha fatto e lo farà amare dai suoi lettori. La descrizione dell'incendio sulla montagna è una pagina incredibile, e la lettura incatena, come solo Dumas sa fare.

14 gennaio 2012

Mani

Erodoteo, indubbiamente. È l'aggettivo che viene subito in mente leggendo questo racconto di Patrick Leigh Fermor di viaggio nella pendice più remota del Pelopennoso, talmente remota da sottrarsi all'invasione turca. Eppure nel nutrito e vario indice dei nomi in appendice, proprio quello di Erodoto non c'è. Se non c'è il nome, c'è indubbiamente lo spirito: lo stesso spirito che spinge Patrick Leigh Fermor a cercare in ogni luogo le tracce del passato, e nel presente le spiegazioni di ciò che è stato, e viceversa. Erodoteo è anche il porre fonti storiche e letterarie sullo stesso piano, come elemento di ricerca: anche in Tempo di regali, che racconta il viaggio in Europa, Leigh Fermor si interrogava a lungo e tormentosamente sulle "coste della Boemia" shakespeariane…
E non è erodoteo il lunghissimo elenco, di quasi due pagine, di greci che non sono puramente greci che Leigh Fermor accumula nelle prime pagine del volume? Non solo per la particolarità dell'elenco, che potrebbe ricordare anche Esiodo, ma perché questa Grecia, che è greca e al tempo stesso è multiculturale, è la Grecia di Erodoto, più che di qualsiasi altri autore.
Presente e passato, letteratura e storia, arte e vita si confondono senza posa, aiutate dai fumi dell'incenso e della retsina, e danno vita di tanto in tanto a fascinosi sogni ad occhi aperti, seguendo una linea genealogica fino a restaurare l'impero bizantino, o tracciando l'onda sonora del canto del gallo da un capo all'altro del Mediterraneo…
È un libro che ho letto lentamente, non perché sia faticoso da leggere, ma perché ogni pagina è una ricca esperienza, perché pochi autori di racconti di viaggio riescono a trasmettere così quel che di più profondo il viaggio ha, l'essere un'esperienza di vita e culturale: non c'è spazio nella scrittura di Leigh Fermor per gli inconvenienti trascurabili, le perdite di tempo, le noie, le difficoltà; rimane solo, fulgida e ricca, l'autopsia.


13 gennaio 2012

La leggenda dello scriba

Come sono arrivata ad Agnon? Come una ragazza che ha un'amica libraia che ripetutamente le consiglia di leggere Una storia di amore e di tenebre di Amos Oz, e lei finalmente se ne convince e lo legge e le piace moltissimo. E in Una storia di amore di tenebre Amos Oz parla di tante cose, e tra queste di Agnon e dei suoi libri, ed ecco che quindi è necessario leggerli, ed ecco come è finito tra le mie mani, dallo scaffale su cui stava in salotto, La leggenda dello scriba ed altri racconti.
Ed è stato un incontro bellissimo, questo con i racconti di Agnon. Racconti profondamente intrisi di magia, della magia che è il destino, e che segna profondamente la vita dello scriba, una storia di Salite e discese come il racconto che vede protagonista Reb Hanan Abba.
Altri racconti invece parlano dello scrittore: delle sue ricerche dibattute all'interno di una lingua che è al tempo stesso antica e nuova, come in Due paia, Su una pietra o Il senso dell'odorato: racconti che mostrano il rapporto profondo tra religione e scrittura.
Pervasi di malinconia, "solo la luce perenne è ormai prossima ad estinguersi", questi racconti tesi ad Israele narrano ancora dell'esilio, e della vita nell'Europa dell'est della comunità ebraica.
Alla fine del volume vi è un glossario, purtroppo non completo, poiché vi sono molti termini lasciati non tradotti nei racconti e poi non spiegati: sarebbe stato meglio tradurre di più per rendere più scorrevole la lettura.

6 gennaio 2012

I morti non lasciano impronte digitali

I morti non lasciano impronte digitali si distingue da altri gialli americani della prima metà del Novecento che ho letto in passato, anche di recente, per la cura con cui vengono tratteggiati i personaggi e viene seguito l'intrigo. La qualità della scrittura e della trama è al livello della produzione inglese, anche se i personaggi sono quelli tipici della detective story americana: l'investigatore hard-boiled, la bionda da schianto e misteriosa, e un mondo che si muove tra il lusso di una casa di vacanza e i bassifondi degli avanzi di galera.

29 dicembre 2011

Don Giovanni in Sicilia

La lettura de Gli anni perduti mi ha portata a continuare, con il volume delle opere di Brancati in mano, per rileggere il romanzo che segue, Don Giovanni in Sicilia. Rilettura che ho fatto, appunto, con una maggior conoscenza di Catania e dei catanesi.
Ritengo che l'ultimo capitolo di Don Giovanni in Sicilia sia una delle più belle e perfette conclusioni di romanzo; memorabile (e intendo dire appunto che la ricordavo chiaramente, io che del resto del libro, con la mia memoria labile, non rammentavo molto) e tangibile, per la concretezza di oggetti e sensazioni tattili che circondano il personaggio e il lettore, chiude perfettamente il cerchio aureo del romanzo.

23 dicembre 2011

Gli anni perduti

Leggere Brancati ora, quando Catania è entrata a far parte della mia vita, si è rivelata un'esperienza diversa da quella che era stata sei o sette anni fa, quando l'avevo letto per l'ultima volta. Mentre leggo sento una voce cara che procede in parallelo alla scrittura di Brancati, raccontandomi aneddoti, frasi, modi di dire che rispecchiano, anche a distanza di tanti anni, il romanzo nella vita di oggi e nel romanzo la vita di ieri. Gli anni perduti non l'avevo mai letto, e me l'ha fatto prendere in mano un amico che ne parlava, a proposito appunto di Catania. Poco conosciuto, ma affascinante, questo romanzo è stata una lettura profonda, intensa, sentita in ogni pagina, in ogni personaggio. Forse anche perché l'ho letta in questo momento di vacanza natalizia, che permette di immergersi in un volume senza doverne essere bruscamente strappata dalle contingenze quotidiane.
Brancati è forse per me l'autore perfetto: abbastanza lontano nel tempo e nello spazio, e nel suo essere un autore dal punto di vista interamente e completamente maschile (potremmo dire che è l'esatto opposto di Jane Austen: entrambi esempio di una società basata sulla rigida separazione dei sessi); e al tempo stesso, per tanti motivi, Brancati è vicinissimo alle persone che ho amato e amo con i legami più stretti, e quindi a me.

20 dicembre 2011

Il grande Gatsby

Questo blog è nato dall'abitudine, che ho avuto per molti anni e ancora ho, anche se non sempre con costanza, di appuntare su un quadernetto i libri che vado leggendo. Quadernetto sempre della stessa serie, sempre in carta di Firenze, e se possibile acquistato appunto a Firenze, da Giulio Giannini. Anche se solo il primo si intitolava "Libri che ho letto", e gli altri recano in copertina "Libri che devo leggere", scritta che ogni volta ho corretto. Se dovessi tenere conto dei libri da leggere, non finiremmo più, e poi si tratta di libri che vorrei leggere, il dovere con la lettura non ha nulla a che fare. Questo blog, dunque, è fin dal titolo una sorta di espansione virtuale di quel quadernetto, dove anziché limitarmi a un brevissimo appunto di commento (di solito "bello"/"noioso"/"in inglese"… e così via) ho più spazio, oltre alla possibilità di riprodurre la copertina. E dove, come in questo caso, posso inserire anche quello che non è un libro, ma un audiolibro. Il grande Gatsby infatti non l'ho "letto", ma me lo sono fatto leggere, da Rolando Ravello per "Ad alta voce". È la prima volta che ascolto per intero la lettura di un romanzo che non ho letto in precedenza, nella solitudine della carta stampata. E la mia conclusione è che l'approccio all'audiolibro, oltre che ovviamente per tutte quelle situazioni in cui la lettura non è fisicamente possibile, vada bene per due estremi: da un lato, come in questo caso, per quei capolavori che, comunque, prima o poi si rileggeranno e di nuovo si rileggeranno; dall'altro invece per una letteratura talmente di consumo che un supporto anch'esso volatile vada più che bene (ma in quel caso vale la pena di farne una lettura?). Per la maggior parte dei casi, per quei libri cioè che non si rileggeranno mai, ma che quell'unica lettura loro riservata la meritano piena, attenta, concentrata, l'audiolibro non va affatto bene.
Il grande Gatsby lo leggerò, lo rileggerò, lo riascolterò. Tante volte, credo. Quel che resta di più è forse questa grande casa, rumorosa e silenziosa, con i libri nella meravigliosa biblioteca… i libri che sono l'unico vero contatto che si stabilisca tra un uomo e l'altro in modo duraturo, se di tanti uomini che la affollavano, l'unico che tornerà alla fine è proprio quello che era entrato nella biblioteca.
Ho iniziato l'ascolto del Grande Gatsby prima di vedere Midnight in Paris, dove Francis Scott Fitzgerald è tra i primi personaggi a presentarsi al protagonista. Mi sa che si è presentato anche a me, e che di lui non mi libererò tanto facilmente…

12 dicembre 2011

Tragedia a Oxford

Soffro pochissimo di dejà vu, ma mi capita a volte di avere un'impressione di dejà lu. È quel che mi è capitato con i primi tre capitoli di Tragedia a Oxford di John Cecil Masterman, che pure l'editore presenta come inedito in italiano, e tale in effetti risulta da una ricerca sull'Opac del Servizio Bibliotecario Nazionale. L'avrò letto in sogno? Possibile. In inglese? Non mi pare. Ci sarà un altro giallo che inizia in modo preoccupantemente simile? Possibile anche questo, ma… quale tra i tanti che ogni anno leggo?
La sensazione è comunque svanita presto, nella lettura veloce di un giallo "classico" inglese, di quella serie che al villaggio sostituisce un particolare tipo di habitat, quello universitario (in questo caso Oxford): un mondo dove ai cottage si sostituisce una gigantesca turris eburnea, descritta dal narratore, il professor Winn, tipico esempio dell'isolamento dello studioso, del suo attaccarsi da un lato ai privilegi di quest'isolamento, dall'altro ad ogni segno di umanità che vi si appare e si mostra (la pagina che descrive la sua attesa di una mano che bussa alla sua porta, e di come dal bussare cerchi di capire il carattere di chi giunge, ne è un esempio lampante). Bellissima quindi la scelta di una finestra gotica ad illustrare la copertina, per rendere insieme la bellezza e la freddezza di questo mondo intellettuale.
E non è un caso se l'investigatore è un esterno, un professore viennese che viene a portare calore e umanità in questo mondo di solitudini.

6 dicembre 2011

Agatha Raisin e la giardiniera invasata

Tra le tante avventure seriali "gialle" quelle di Agatha Raisin sono, nel corso dell'ultimo anno, tra le più divertenti e appassionanti. L'allusione al giallo classico inglese è evidente dalla scelta dell'ambientazione in un villaggio con feste di beneficenza, gare di cucina e giardinaggio, pastore e moglie del pastore, ma anche dal nome della protagonista: Agatha come la grande Christie, Raisin cioè con un nome di frutta in francese, così come il cognome del personaggio della Christie, Poirot, alludeva al poireau, cioè al porro.
Dopo la quiche letale e il veterinario crudele, la nostra Agatha, che è una donna cinica e arrivista ma anche sentimentale e ingenua, deve affrontare il problema della giardiniera invasata.
Già parlando di Il libro di Miss Buncle avevo confessato la mia predilezione per la casa editrice Astoria: ora la confermo, e mi metto in attesa di nuovi libri, per esempio Britannia Mews, annunciato tra le prossime uscite. E ovviamente, voracemente, delle avventure della nostra Agatha.

Fine della trasmissione

Per dovere di cronaca non posso non inserire anche questo Giallo Mondadori, ma è stata veramente una lettura "riempitivo". Un giallo senza nulla di eccezionale, con tanti colpi di scena, ma di quel genere tipicamente americano, con molti personaggi stereotipati e poche celluline grigie. Anche rispetto a La vittima è in incognito è meno interessante e riuscito, dato che del mondo della radio fa vedere davvero molto poco. Tra l'altro quando l'eroe è una bella ragazza la tensione nel momento in cui è sola con l'assassino è maggiore che quando il protagonista investigatore o altro (in questo caso fotografo) sta per beccarsi un colpo in testa… Misteri delle differenze di genere nei generi letterari.