28 gennaio 2012

Lolita

Qualche giorno fa, un'amica mi ha detto: "Sai, sto leggendo Lolita, la prima parte è molto più divertente del film, è un libro bellissimo". La magia, anche a distanza, ha iniziato ad operare, e quando pochi giorni dopo ho visto, su uno scaffale che è di passaggio ma sul quale non l'avevo visto mai, appunto Lolita, giusto nel momento in cui avevo finito il libro precedente, non ho potuto non prenderlo e leggerlo. Dovevo farlo.
Di Lolita, si sa, è stato detto che è "il resoconto della storia d'amore di Nabokov con la letteratura romantica", il che equivale a dire "col romanzo"; Nabokov corresse questa definizione sostituendo "lingua inglese" a "letteratura romantica". E in effetti, come nei racconti di Agnon ma in modo diverso, più cosciente, più disperato, più "bello", Nabokov si occupa di problemi di lingua. Non solo, ci immerge nella lingua, che diventa carne in cui sprofondare.
Ma Lolita è anche, come ben diceva la mia amica, un libro "divertente", per lo sguardo acuto che punta sull'America, sguardo profetico. Per i giochi di parole, per esempio con i nomi dei personaggi, dal protagonista Humbert Humbert alla signora Vanessa Van Ness, nominata solo un attimo per il puro gusto di inserire questo nome. E, sempre nel campo divertimento, Lolita è, alla fin fine, anche un giallo (e infatti nella postfazione di Nabokov, A proposito di un libro intitolato Lolita, ci si sofferma sulle regole del poliziesco, accanto a quelle della letteratura pornografica).
Non posso dire altro di questo libro meraviglioso, per paura che questo scritto capiti tra le mani di qualcuno che non l'ha ancora letto. Tra le tante immagini che restano, è il pianto di Lolita, «ogni notte, ogni notte». Una «tragedia privata», da accostare a quella dell'autore: «ho dovuto abbandonare il mio idioma naturale, la mia lingua russa così ricca, così libera, così infinitamente docile […]».

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