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14 gennaio 2012

Mani

Erodoteo, indubbiamente. È l'aggettivo che viene subito in mente leggendo questo racconto di Patrick Leigh Fermor di viaggio nella pendice più remota del Pelopennoso, talmente remota da sottrarsi all'invasione turca. Eppure nel nutrito e vario indice dei nomi in appendice, proprio quello di Erodoto non c'è. Se non c'è il nome, c'è indubbiamente lo spirito: lo stesso spirito che spinge Patrick Leigh Fermor a cercare in ogni luogo le tracce del passato, e nel presente le spiegazioni di ciò che è stato, e viceversa. Erodoteo è anche il porre fonti storiche e letterarie sullo stesso piano, come elemento di ricerca: anche in Tempo di regali, che racconta il viaggio in Europa, Leigh Fermor si interrogava a lungo e tormentosamente sulle "coste della Boemia" shakespeariane…
E non è erodoteo il lunghissimo elenco, di quasi due pagine, di greci che non sono puramente greci che Leigh Fermor accumula nelle prime pagine del volume? Non solo per la particolarità dell'elenco, che potrebbe ricordare anche Esiodo, ma perché questa Grecia, che è greca e al tempo stesso è multiculturale, è la Grecia di Erodoto, più che di qualsiasi altri autore.
Presente e passato, letteratura e storia, arte e vita si confondono senza posa, aiutate dai fumi dell'incenso e della retsina, e danno vita di tanto in tanto a fascinosi sogni ad occhi aperti, seguendo una linea genealogica fino a restaurare l'impero bizantino, o tracciando l'onda sonora del canto del gallo da un capo all'altro del Mediterraneo…
È un libro che ho letto lentamente, non perché sia faticoso da leggere, ma perché ogni pagina è una ricca esperienza, perché pochi autori di racconti di viaggio riescono a trasmettere così quel che di più profondo il viaggio ha, l'essere un'esperienza di vita e culturale: non c'è spazio nella scrittura di Leigh Fermor per gli inconvenienti trascurabili, le perdite di tempo, le noie, le difficoltà; rimane solo, fulgida e ricca, l'autopsia.