Elizabeth von Arnim è tra gli autori che preferisco in assoluto. E questo libro si conferma all'altezza di quelli che ho più amato, da Un incantevole aprile, con il quale condivide la tematica della ricerca di un paradiso che accolga donne deluse dalla vita, incontratesi in modo più o meno casuale, a Mr Skeffington. Tutte indagini sull'anima umana e femminile, su quel monte di pregiudizi, costrizioni, prevenzioni, piccoli egoismi, paure, che separano le anime l'una dall'altra, sia tra uomo e donna che all'interno dello stesso sesso. Un'indagine che, proprio perché non si arresta ai pregiudizi dell'epoca ma scende nelle pieghe di ogni anima, nei comodi adagiarsi, nelle reticenze ipocrite, non è affatto invecchiato a distanza di ben 111 anni.
Il titolo originale sarebbe The Benefactress, la benefattrice. La scelta del titolo italiano, anche se apprezzo il riferimento al Ballo delle ingrate monteverdiano, non mi convince appieno.
È la costa di fronte all'isola di Rügen in Germania, e non l'Italia come in Un incantevole aprile, il paradiso che accoglie Anna, con la nipotina Letty e la sua governante Miss Leech, cui poi si aggiungono tutta una serie di donne, tutte non volute, tutte costrette a sacrificarsi in una società che non permette ad una donna di lavorare e la costringe, se non è ricca né sposata, a vivere della carità dei parenti, in una situazione di dipendenza totale. E la ricchezza si può perdere, da un momento all'altro, così come si può perdere il marito. Quel che Anna cerca, per se e le sue protette, è una sicurezza intoccabile, che deriva dall'affermazione di sé: solo in quel caso marito e ricchezza acquistano valore. Fin dalle prime pagine Anna si definisce infatti in contrasto con la cognata Susie, che ha sia ricchezza che un marito che le conferisce una posizione sociale, ma nondimeno è infelice, e rende infelici gli altri, Anna in primo luogo. A Susie manca infatti quell'illuminazione che Anna cerca per tutto il romanzo e conquista alla fine. In fondo la situazione femminile descritta nel volume non è poi tanto diversa da quella della protagonista di Major Pettigrew's Last Stand, a distanza di oltre un secolo.
Ma la pagina più impressionante per me non è legata alla condizione della donna, ma è la lucida descrizione fatta qui, già nel 1901, del razzismo nei confronti degli ebrei. Sotto gli occhi attoniti della donna inglese, gli occhi del suo interlocutore si sbarrano, i suoi discorsi si tingono di sangue, l'odio cieco e irragionevole diventa improvvisamente tangibile. Questo choc viene descritto in modo talmente vivido che è evidente che si tratta di una scena cui Elizabeth von Arnim ha assistito.
Nessun commento:
Posta un commento