29 dicembre 2011

Don Giovanni in Sicilia

La lettura de Gli anni perduti mi ha portata a continuare, con il volume delle opere di Brancati in mano, per rileggere il romanzo che segue, Don Giovanni in Sicilia. Rilettura che ho fatto, appunto, con una maggior conoscenza di Catania e dei catanesi.
Ritengo che l'ultimo capitolo di Don Giovanni in Sicilia sia una delle più belle e perfette conclusioni di romanzo; memorabile (e intendo dire appunto che la ricordavo chiaramente, io che del resto del libro, con la mia memoria labile, non rammentavo molto) e tangibile, per la concretezza di oggetti e sensazioni tattili che circondano il personaggio e il lettore, chiude perfettamente il cerchio aureo del romanzo.

23 dicembre 2011

Gli anni perduti

Leggere Brancati ora, quando Catania è entrata a far parte della mia vita, si è rivelata un'esperienza diversa da quella che era stata sei o sette anni fa, quando l'avevo letto per l'ultima volta. Mentre leggo sento una voce cara che procede in parallelo alla scrittura di Brancati, raccontandomi aneddoti, frasi, modi di dire che rispecchiano, anche a distanza di tanti anni, il romanzo nella vita di oggi e nel romanzo la vita di ieri. Gli anni perduti non l'avevo mai letto, e me l'ha fatto prendere in mano un amico che ne parlava, a proposito appunto di Catania. Poco conosciuto, ma affascinante, questo romanzo è stata una lettura profonda, intensa, sentita in ogni pagina, in ogni personaggio. Forse anche perché l'ho letta in questo momento di vacanza natalizia, che permette di immergersi in un volume senza doverne essere bruscamente strappata dalle contingenze quotidiane.
Brancati è forse per me l'autore perfetto: abbastanza lontano nel tempo e nello spazio, e nel suo essere un autore dal punto di vista interamente e completamente maschile (potremmo dire che è l'esatto opposto di Jane Austen: entrambi esempio di una società basata sulla rigida separazione dei sessi); e al tempo stesso, per tanti motivi, Brancati è vicinissimo alle persone che ho amato e amo con i legami più stretti, e quindi a me.

20 dicembre 2011

Il grande Gatsby

Questo blog è nato dall'abitudine, che ho avuto per molti anni e ancora ho, anche se non sempre con costanza, di appuntare su un quadernetto i libri che vado leggendo. Quadernetto sempre della stessa serie, sempre in carta di Firenze, e se possibile acquistato appunto a Firenze, da Giulio Giannini. Anche se solo il primo si intitolava "Libri che ho letto", e gli altri recano in copertina "Libri che devo leggere", scritta che ogni volta ho corretto. Se dovessi tenere conto dei libri da leggere, non finiremmo più, e poi si tratta di libri che vorrei leggere, il dovere con la lettura non ha nulla a che fare. Questo blog, dunque, è fin dal titolo una sorta di espansione virtuale di quel quadernetto, dove anziché limitarmi a un brevissimo appunto di commento (di solito "bello"/"noioso"/"in inglese"… e così via) ho più spazio, oltre alla possibilità di riprodurre la copertina. E dove, come in questo caso, posso inserire anche quello che non è un libro, ma un audiolibro. Il grande Gatsby infatti non l'ho "letto", ma me lo sono fatto leggere, da Rolando Ravello per "Ad alta voce". È la prima volta che ascolto per intero la lettura di un romanzo che non ho letto in precedenza, nella solitudine della carta stampata. E la mia conclusione è che l'approccio all'audiolibro, oltre che ovviamente per tutte quelle situazioni in cui la lettura non è fisicamente possibile, vada bene per due estremi: da un lato, come in questo caso, per quei capolavori che, comunque, prima o poi si rileggeranno e di nuovo si rileggeranno; dall'altro invece per una letteratura talmente di consumo che un supporto anch'esso volatile vada più che bene (ma in quel caso vale la pena di farne una lettura?). Per la maggior parte dei casi, per quei libri cioè che non si rileggeranno mai, ma che quell'unica lettura loro riservata la meritano piena, attenta, concentrata, l'audiolibro non va affatto bene.
Il grande Gatsby lo leggerò, lo rileggerò, lo riascolterò. Tante volte, credo. Quel che resta di più è forse questa grande casa, rumorosa e silenziosa, con i libri nella meravigliosa biblioteca… i libri che sono l'unico vero contatto che si stabilisca tra un uomo e l'altro in modo duraturo, se di tanti uomini che la affollavano, l'unico che tornerà alla fine è proprio quello che era entrato nella biblioteca.
Ho iniziato l'ascolto del Grande Gatsby prima di vedere Midnight in Paris, dove Francis Scott Fitzgerald è tra i primi personaggi a presentarsi al protagonista. Mi sa che si è presentato anche a me, e che di lui non mi libererò tanto facilmente…

12 dicembre 2011

Tragedia a Oxford

Soffro pochissimo di dejà vu, ma mi capita a volte di avere un'impressione di dejà lu. È quel che mi è capitato con i primi tre capitoli di Tragedia a Oxford di John Cecil Masterman, che pure l'editore presenta come inedito in italiano, e tale in effetti risulta da una ricerca sull'Opac del Servizio Bibliotecario Nazionale. L'avrò letto in sogno? Possibile. In inglese? Non mi pare. Ci sarà un altro giallo che inizia in modo preoccupantemente simile? Possibile anche questo, ma… quale tra i tanti che ogni anno leggo?
La sensazione è comunque svanita presto, nella lettura veloce di un giallo "classico" inglese, di quella serie che al villaggio sostituisce un particolare tipo di habitat, quello universitario (in questo caso Oxford): un mondo dove ai cottage si sostituisce una gigantesca turris eburnea, descritta dal narratore, il professor Winn, tipico esempio dell'isolamento dello studioso, del suo attaccarsi da un lato ai privilegi di quest'isolamento, dall'altro ad ogni segno di umanità che vi si appare e si mostra (la pagina che descrive la sua attesa di una mano che bussa alla sua porta, e di come dal bussare cerchi di capire il carattere di chi giunge, ne è un esempio lampante). Bellissima quindi la scelta di una finestra gotica ad illustrare la copertina, per rendere insieme la bellezza e la freddezza di questo mondo intellettuale.
E non è un caso se l'investigatore è un esterno, un professore viennese che viene a portare calore e umanità in questo mondo di solitudini.

6 dicembre 2011

Agatha Raisin e la giardiniera invasata

Tra le tante avventure seriali "gialle" quelle di Agatha Raisin sono, nel corso dell'ultimo anno, tra le più divertenti e appassionanti. L'allusione al giallo classico inglese è evidente dalla scelta dell'ambientazione in un villaggio con feste di beneficenza, gare di cucina e giardinaggio, pastore e moglie del pastore, ma anche dal nome della protagonista: Agatha come la grande Christie, Raisin cioè con un nome di frutta in francese, così come il cognome del personaggio della Christie, Poirot, alludeva al poireau, cioè al porro.
Dopo la quiche letale e il veterinario crudele, la nostra Agatha, che è una donna cinica e arrivista ma anche sentimentale e ingenua, deve affrontare il problema della giardiniera invasata.
Già parlando di Il libro di Miss Buncle avevo confessato la mia predilezione per la casa editrice Astoria: ora la confermo, e mi metto in attesa di nuovi libri, per esempio Britannia Mews, annunciato tra le prossime uscite. E ovviamente, voracemente, delle avventure della nostra Agatha.

Fine della trasmissione

Per dovere di cronaca non posso non inserire anche questo Giallo Mondadori, ma è stata veramente una lettura "riempitivo". Un giallo senza nulla di eccezionale, con tanti colpi di scena, ma di quel genere tipicamente americano, con molti personaggi stereotipati e poche celluline grigie. Anche rispetto a La vittima è in incognito è meno interessante e riuscito, dato che del mondo della radio fa vedere davvero molto poco. Tra l'altro quando l'eroe è una bella ragazza la tensione nel momento in cui è sola con l'assassino è maggiore che quando il protagonista investigatore o altro (in questo caso fotografo) sta per beccarsi un colpo in testa… Misteri delle differenze di genere nei generi letterari.