Un giallo affascinante, anche se, come molte opere degli anni '30, piuttosto macchinoso.
Molti personaggi, tra i quali anche una cantante d'opera.
Una buona lettura, anche se per certi versi viene messa anche troppa carne al fuoco, e l'autore (misterioso, non si sa chi si celasse dietro lo pseudonimo F. G. Parke) ogni tanto sembra saltare bruscamente da un tipo di trama all'altro: ad esempio l'intrigo romantico, molto presente all'inizio, passa poi totalmente in secondo piano.
22 febbraio 2012
17 febbraio 2012
Il circolo delle ingrate
Elizabeth von Arnim è tra gli autori che preferisco in assoluto. E questo libro si conferma all'altezza di quelli che ho più amato, da Un incantevole aprile, con il quale condivide la tematica della ricerca di un paradiso che accolga donne deluse dalla vita, incontratesi in modo più o meno casuale, a Mr Skeffington. Tutte indagini sull'anima umana e femminile, su quel monte di pregiudizi, costrizioni, prevenzioni, piccoli egoismi, paure, che separano le anime l'una dall'altra, sia tra uomo e donna che all'interno dello stesso sesso. Un'indagine che, proprio perché non si arresta ai pregiudizi dell'epoca ma scende nelle pieghe di ogni anima, nei comodi adagiarsi, nelle reticenze ipocrite, non è affatto invecchiato a distanza di ben 111 anni.
Il titolo originale sarebbe The Benefactress, la benefattrice. La scelta del titolo italiano, anche se apprezzo il riferimento al Ballo delle ingrate monteverdiano, non mi convince appieno.
È la costa di fronte all'isola di Rügen in Germania, e non l'Italia come in Un incantevole aprile, il paradiso che accoglie Anna, con la nipotina Letty e la sua governante Miss Leech, cui poi si aggiungono tutta una serie di donne, tutte non volute, tutte costrette a sacrificarsi in una società che non permette ad una donna di lavorare e la costringe, se non è ricca né sposata, a vivere della carità dei parenti, in una situazione di dipendenza totale. E la ricchezza si può perdere, da un momento all'altro, così come si può perdere il marito. Quel che Anna cerca, per se e le sue protette, è una sicurezza intoccabile, che deriva dall'affermazione di sé: solo in quel caso marito e ricchezza acquistano valore. Fin dalle prime pagine Anna si definisce infatti in contrasto con la cognata Susie, che ha sia ricchezza che un marito che le conferisce una posizione sociale, ma nondimeno è infelice, e rende infelici gli altri, Anna in primo luogo. A Susie manca infatti quell'illuminazione che Anna cerca per tutto il romanzo e conquista alla fine. In fondo la situazione femminile descritta nel volume non è poi tanto diversa da quella della protagonista di Major Pettigrew's Last Stand, a distanza di oltre un secolo.
Ma la pagina più impressionante per me non è legata alla condizione della donna, ma è la lucida descrizione fatta qui, già nel 1901, del razzismo nei confronti degli ebrei. Sotto gli occhi attoniti della donna inglese, gli occhi del suo interlocutore si sbarrano, i suoi discorsi si tingono di sangue, l'odio cieco e irragionevole diventa improvvisamente tangibile. Questo choc viene descritto in modo talmente vivido che è evidente che si tratta di una scena cui Elizabeth von Arnim ha assistito.
Il titolo originale sarebbe The Benefactress, la benefattrice. La scelta del titolo italiano, anche se apprezzo il riferimento al Ballo delle ingrate monteverdiano, non mi convince appieno.
È la costa di fronte all'isola di Rügen in Germania, e non l'Italia come in Un incantevole aprile, il paradiso che accoglie Anna, con la nipotina Letty e la sua governante Miss Leech, cui poi si aggiungono tutta una serie di donne, tutte non volute, tutte costrette a sacrificarsi in una società che non permette ad una donna di lavorare e la costringe, se non è ricca né sposata, a vivere della carità dei parenti, in una situazione di dipendenza totale. E la ricchezza si può perdere, da un momento all'altro, così come si può perdere il marito. Quel che Anna cerca, per se e le sue protette, è una sicurezza intoccabile, che deriva dall'affermazione di sé: solo in quel caso marito e ricchezza acquistano valore. Fin dalle prime pagine Anna si definisce infatti in contrasto con la cognata Susie, che ha sia ricchezza che un marito che le conferisce una posizione sociale, ma nondimeno è infelice, e rende infelici gli altri, Anna in primo luogo. A Susie manca infatti quell'illuminazione che Anna cerca per tutto il romanzo e conquista alla fine. In fondo la situazione femminile descritta nel volume non è poi tanto diversa da quella della protagonista di Major Pettigrew's Last Stand, a distanza di oltre un secolo.
Ma la pagina più impressionante per me non è legata alla condizione della donna, ma è la lucida descrizione fatta qui, già nel 1901, del razzismo nei confronti degli ebrei. Sotto gli occhi attoniti della donna inglese, gli occhi del suo interlocutore si sbarrano, i suoi discorsi si tingono di sangue, l'odio cieco e irragionevole diventa improvvisamente tangibile. Questo choc viene descritto in modo talmente vivido che è evidente che si tratta di una scena cui Elizabeth von Arnim ha assistito.
9 febbraio 2012
At Bertram's Hotel
Miss Marple, appena sveglia nella sua confortevole camera del Bertram's Hotel, guarda fuori dalla finestra, torna a letto a leggere dal libro delle devozioni la pagina del giorno, e poi… «Then she picked up her knitting and began to knit, slowly at first, since her fingers were stiff and rheumatic when she first awoke, but very soon her pace grew faster, and her fingers lost their painful stiffness». Nel corso del romanzo Miss Marple lavora tantissimo a maglia, ma Agatha Christie non fornisce alcun particolare del lavoro: non sappiamo il colore della lana, se si tratta di calze o una copertina o un maglione, nulla. Sentiamo solo il ticchettio dei ferri che stimola le sue riflessioni.
In quest'insolita atmosfera urbana (ma meno insolita di quella caraibica in cui agisce in un altro romanzo) Miss Marple si muove in un ambiente intriso di passato. Questo è forse il romanzo di Agatha Christie nel quale l'intrigo, le piccole cellule grigie, ha minore importanza; e nel quale invece è il quadro, fin dal titolo, che si impone. E per un certo verso è quello nel quale, insieme al quadro, anche Miss Marple (e il suo contraltare maschile, l'ispettore Davy, come lei anziano e rassicurante, tanto da essere chiamato "Father" dai colleghi, e come lei dotato di acuta intelligenza) viene più alla luce. Il romanzo non è l'intrigo, ma il ritratto di una generazione che sta morendo, di un'Inghilterra di vedove, lady, canonici, colonnelli, vicari, governanti, maggiordomi e arcidiaconi che solo nei libri esiste ancora: Miss Marple, l'ispettore Davy, ma anche Selina Hazy, il colonnello Luscombe, il canonico Pennyfather (adoro il canonico Pennyfather, sia detto per inciso). Senza nostalgia: Agatha Christie denuncia la macerante ed ipocrita tendenza al rimpianto dei bei tempi andati, al tentativo di riportare in vita quel che è morto, che non può più esserci: «le Five o'clock is as dead as the dodo!» E lo fa, appunto, mostrandoci non Miss Marple, ma sua nonna (la nonna di Miss Marple! Insomma, pensiamoci un poco!) che in visita a Parigi (e dobbiamo essere in pieno ottocento) con la figlia e la nipotina (Miss Marple ragazzina… vengono di nuovo le vertigini) nota di essere l'unica donna con la cuffia: torna a casa e spedisce tutte le sue cuffie non ad una vendita di beneficenza, ma ad un teatro, lucidamente conscia che solo per l'arte, la letteratura, i musei il passato può essere utile ed avere ancora un ruolo al giorno d'oggi, non nella vita quotidiana.
E poi, tra i personaggi, c'è Henry, il cameriere perfetto, che sembra materializzarsi accanto ai clienti del Bertram's per assolvere ogni loro desiderio: un po' come il suo omonimo newyorkese si occupa dei membri del Club dei vedovi neri di Isaac Asimov.
In quest'insolita atmosfera urbana (ma meno insolita di quella caraibica in cui agisce in un altro romanzo) Miss Marple si muove in un ambiente intriso di passato. Questo è forse il romanzo di Agatha Christie nel quale l'intrigo, le piccole cellule grigie, ha minore importanza; e nel quale invece è il quadro, fin dal titolo, che si impone. E per un certo verso è quello nel quale, insieme al quadro, anche Miss Marple (e il suo contraltare maschile, l'ispettore Davy, come lei anziano e rassicurante, tanto da essere chiamato "Father" dai colleghi, e come lei dotato di acuta intelligenza) viene più alla luce. Il romanzo non è l'intrigo, ma il ritratto di una generazione che sta morendo, di un'Inghilterra di vedove, lady, canonici, colonnelli, vicari, governanti, maggiordomi e arcidiaconi che solo nei libri esiste ancora: Miss Marple, l'ispettore Davy, ma anche Selina Hazy, il colonnello Luscombe, il canonico Pennyfather (adoro il canonico Pennyfather, sia detto per inciso). Senza nostalgia: Agatha Christie denuncia la macerante ed ipocrita tendenza al rimpianto dei bei tempi andati, al tentativo di riportare in vita quel che è morto, che non può più esserci: «le Five o'clock is as dead as the dodo!» E lo fa, appunto, mostrandoci non Miss Marple, ma sua nonna (la nonna di Miss Marple! Insomma, pensiamoci un poco!) che in visita a Parigi (e dobbiamo essere in pieno ottocento) con la figlia e la nipotina (Miss Marple ragazzina… vengono di nuovo le vertigini) nota di essere l'unica donna con la cuffia: torna a casa e spedisce tutte le sue cuffie non ad una vendita di beneficenza, ma ad un teatro, lucidamente conscia che solo per l'arte, la letteratura, i musei il passato può essere utile ed avere ancora un ruolo al giorno d'oggi, non nella vita quotidiana.
E poi, tra i personaggi, c'è Henry, il cameriere perfetto, che sembra materializzarsi accanto ai clienti del Bertram's per assolvere ogni loro desiderio: un po' come il suo omonimo newyorkese si occupa dei membri del Club dei vedovi neri di Isaac Asimov.
5 febbraio 2012
La casa dei sette cadaveri
Un giallo dopo l'altro, è vero, ma un po' è il periodo (il lavoro e lo stress chiamano una lettura avvincente ma rapida e non impegnativa), un po' il fatto che io ne leggo comunque tantissimi, un po' la stagione fredda (e qui mento: d'estate direi che è una lettura tipicamente estiva, perché comoda da portare in viaggio o in spiaggia; e comunque non ho un camino accanto al quale leggere). Piuttosto devo notare che si tratta di un momento fortunato, dato che con i gialli capitano spesso delle fregature: anche La casa dei sette cadaveri infatti è di qualità veramente ottima, come Cerco me stesso (e non parliamo del libro che sto leggendo in questo momento).
Un autore inglese classico, del quale ho già letto Sotto la neve (sempre pubblicato da Polillo nella collana "I bassotti"). Anche se pubblicato nel 1939, lo stile di questo romanzo lo colloca nella fase "post Conan Doyle - pre Agatha Christie" della storia del giallo inglese.
Se dovessi scegliere un sottotitolo per questo giallo, direi "L'importanza di essere un gentiluomo inglese". Spero con questo di non svelare nulla a chi non ha letto il libro, e di far notare invece qualcosa a chi l'ha letto, ma distrattamente.
Un autore inglese classico, del quale ho già letto Sotto la neve (sempre pubblicato da Polillo nella collana "I bassotti"). Anche se pubblicato nel 1939, lo stile di questo romanzo lo colloca nella fase "post Conan Doyle - pre Agatha Christie" della storia del giallo inglese.
Se dovessi scegliere un sottotitolo per questo giallo, direi "L'importanza di essere un gentiluomo inglese". Spero con questo di non svelare nulla a chi non ha letto il libro, e di far notare invece qualcosa a chi l'ha letto, ma distrattamente.
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