31 gennaio 2012

Cerco me stesso

Tra le grandi firme del giallo classico, quella di Patrick Quentin è una delle più interessanti. Le trame sono sempre intriganti, caratterizzate da quegli elementi di novità e di approfondimento psicologico che ne costituiscono il pregio maggiore.
In questo caso gli elementi psicologici di interesse sono due: da un lato l'amnesia di Peter Duluth, uno dei protagonisti ricorrenti, insieme alla moglie Iris (in questo libro quasi assente) dei libri di Patrick Quentin; dall'altro viene analizzata una situazione che potremmo definire di "post-patriarcato". È quest'ultimo elemento quello sul quale vorrei soffermarmi. Ci viene mostrata infatti una famiglia che, dopo la morte del vecchio, ricco, oppressivo, puritano pater familias, riprende a respirare, concedendosi spese, dolci, sigarette, alcol, prima proibiti. Ma se l'unico figlio maschio, schiacciato dalla figura paterna, si è rifugiato nell'alcolismo, le tre donne di casa, moglie, figlia e nuora, mostrano di aver sviluppato, ognuna a proprio modo, una resistenza e una ribellione al dominio maschile che si rivela poi in modi inaspettati. Se lo scontro tra uomini si rivela come una mera divisione in vincitori e vinti, quello tra uomo e donna è ben più complesso e articolato, poiché, come nelle dinamiche di ogni coppia, non sempre le cose sono come appaiono. Ma la morte che ha liberato le tre donne di Cerco me stesso da questa ingombrante figura paterna, è stata davvero naturale come loro sostengono?

28 gennaio 2012

Lolita

Qualche giorno fa, un'amica mi ha detto: "Sai, sto leggendo Lolita, la prima parte è molto più divertente del film, è un libro bellissimo". La magia, anche a distanza, ha iniziato ad operare, e quando pochi giorni dopo ho visto, su uno scaffale che è di passaggio ma sul quale non l'avevo visto mai, appunto Lolita, giusto nel momento in cui avevo finito il libro precedente, non ho potuto non prenderlo e leggerlo. Dovevo farlo.
Di Lolita, si sa, è stato detto che è "il resoconto della storia d'amore di Nabokov con la letteratura romantica", il che equivale a dire "col romanzo"; Nabokov corresse questa definizione sostituendo "lingua inglese" a "letteratura romantica". E in effetti, come nei racconti di Agnon ma in modo diverso, più cosciente, più disperato, più "bello", Nabokov si occupa di problemi di lingua. Non solo, ci immerge nella lingua, che diventa carne in cui sprofondare.
Ma Lolita è anche, come ben diceva la mia amica, un libro "divertente", per lo sguardo acuto che punta sull'America, sguardo profetico. Per i giochi di parole, per esempio con i nomi dei personaggi, dal protagonista Humbert Humbert alla signora Vanessa Van Ness, nominata solo un attimo per il puro gusto di inserire questo nome. E, sempre nel campo divertimento, Lolita è, alla fin fine, anche un giallo (e infatti nella postfazione di Nabokov, A proposito di un libro intitolato Lolita, ci si sofferma sulle regole del poliziesco, accanto a quelle della letteratura pornografica).
Non posso dire altro di questo libro meraviglioso, per paura che questo scritto capiti tra le mani di qualcuno che non l'ha ancora letto. Tra le tante immagini che restano, è il pianto di Lolita, «ogni notte, ogni notte». Una «tragedia privata», da accostare a quella dell'autore: «ho dovuto abbandonare il mio idioma naturale, la mia lingua russa così ricca, così libera, così infinitamente docile […]».

19 gennaio 2012

Le Gentilhomme de la Montagne

In quest'edizione degli anni '30 che ho letto al romanzo di Dumas El Salteador è stato cambiato il titolo, dandogli quello del dramma che dal romanzo l'autore trasse e presentò qualche anno dopo, Le Gentilhomme de la Montagne.
I romanzi di Dumas, anche quelli scritti in fretta e furia, sono sempre una delle migliori letture che si possano fare. Questo deve molto ad Hernani di Victor Hugo, per l'epoca storica (benché Dumas si riveli più storicamente accurato di Hugo, collocando correttamente Carlo V in Spagna al momento dell'elezione imperiale) e per certi caratteri dei personaggi, dal bandito protagonista (El Salteador, appunto) a certe assonanze nei nomi, da Don Ruiz che chiede giustizia come Don Ruy Gomez de Silva chiede vendetta in Hernani, al personaggio femminile che da Doña Sol diviene Doña Flor. Ma El Salteador presenta alcuni punti di contatto anche con Il conte di Montecristo, in particolare per l'omonimia delle due Mercedes, entrambe madri devote e mogli infelici.
Per me era particolarmente interessante vedere come il personaggio di Carlo V sia ritratto da Dumas come più freddo di quanto non facciano Hugo e Verdi (non solo in Hernani/Ernani ma anche rispettivamente in Ruy Blas e Don Carlos). Vien da pensare che Carlo V, nell'Ottocento, facesse più simpatia a chi aveva tendenze repubblicane che non a chi sosteneva la monarchia, per lo meno in Francia. Forse perché la lealtà ai capetingi non poteva far dimenticare la prigionia di Francesco I? O perché Carlo V è un po' troppo un sovrano "che si è fatto da sé", imperatore più per le proprie qualità (che Dumas non manca di riconoscergli) che per diritto divino?

Probabilmente El Salteador non è tra le migliori opere di Dumas, vi sono dei punti che restano non ben definiti, altri che sarebbero necessari ma non vengono trattati (ad alcune di queste discrepanze sul piano drammaturgico Dumas ripara, a quel che ho visto, nel dramma di qualche anno dopo). Eppure la scrittura è sempre quella, potente e drammatica, che lo ha fatto e lo farà amare dai suoi lettori. La descrizione dell'incendio sulla montagna è una pagina incredibile, e la lettura incatena, come solo Dumas sa fare.

14 gennaio 2012

Mani

Erodoteo, indubbiamente. È l'aggettivo che viene subito in mente leggendo questo racconto di Patrick Leigh Fermor di viaggio nella pendice più remota del Pelopennoso, talmente remota da sottrarsi all'invasione turca. Eppure nel nutrito e vario indice dei nomi in appendice, proprio quello di Erodoto non c'è. Se non c'è il nome, c'è indubbiamente lo spirito: lo stesso spirito che spinge Patrick Leigh Fermor a cercare in ogni luogo le tracce del passato, e nel presente le spiegazioni di ciò che è stato, e viceversa. Erodoteo è anche il porre fonti storiche e letterarie sullo stesso piano, come elemento di ricerca: anche in Tempo di regali, che racconta il viaggio in Europa, Leigh Fermor si interrogava a lungo e tormentosamente sulle "coste della Boemia" shakespeariane…
E non è erodoteo il lunghissimo elenco, di quasi due pagine, di greci che non sono puramente greci che Leigh Fermor accumula nelle prime pagine del volume? Non solo per la particolarità dell'elenco, che potrebbe ricordare anche Esiodo, ma perché questa Grecia, che è greca e al tempo stesso è multiculturale, è la Grecia di Erodoto, più che di qualsiasi altri autore.
Presente e passato, letteratura e storia, arte e vita si confondono senza posa, aiutate dai fumi dell'incenso e della retsina, e danno vita di tanto in tanto a fascinosi sogni ad occhi aperti, seguendo una linea genealogica fino a restaurare l'impero bizantino, o tracciando l'onda sonora del canto del gallo da un capo all'altro del Mediterraneo…
È un libro che ho letto lentamente, non perché sia faticoso da leggere, ma perché ogni pagina è una ricca esperienza, perché pochi autori di racconti di viaggio riescono a trasmettere così quel che di più profondo il viaggio ha, l'essere un'esperienza di vita e culturale: non c'è spazio nella scrittura di Leigh Fermor per gli inconvenienti trascurabili, le perdite di tempo, le noie, le difficoltà; rimane solo, fulgida e ricca, l'autopsia.


13 gennaio 2012

La leggenda dello scriba

Come sono arrivata ad Agnon? Come una ragazza che ha un'amica libraia che ripetutamente le consiglia di leggere Una storia di amore e di tenebre di Amos Oz, e lei finalmente se ne convince e lo legge e le piace moltissimo. E in Una storia di amore di tenebre Amos Oz parla di tante cose, e tra queste di Agnon e dei suoi libri, ed ecco che quindi è necessario leggerli, ed ecco come è finito tra le mie mani, dallo scaffale su cui stava in salotto, La leggenda dello scriba ed altri racconti.
Ed è stato un incontro bellissimo, questo con i racconti di Agnon. Racconti profondamente intrisi di magia, della magia che è il destino, e che segna profondamente la vita dello scriba, una storia di Salite e discese come il racconto che vede protagonista Reb Hanan Abba.
Altri racconti invece parlano dello scrittore: delle sue ricerche dibattute all'interno di una lingua che è al tempo stesso antica e nuova, come in Due paia, Su una pietra o Il senso dell'odorato: racconti che mostrano il rapporto profondo tra religione e scrittura.
Pervasi di malinconia, "solo la luce perenne è ormai prossima ad estinguersi", questi racconti tesi ad Israele narrano ancora dell'esilio, e della vita nell'Europa dell'est della comunità ebraica.
Alla fine del volume vi è un glossario, purtroppo non completo, poiché vi sono molti termini lasciati non tradotti nei racconti e poi non spiegati: sarebbe stato meglio tradurre di più per rendere più scorrevole la lettura.

6 gennaio 2012

I morti non lasciano impronte digitali

I morti non lasciano impronte digitali si distingue da altri gialli americani della prima metà del Novecento che ho letto in passato, anche di recente, per la cura con cui vengono tratteggiati i personaggi e viene seguito l'intrigo. La qualità della scrittura e della trama è al livello della produzione inglese, anche se i personaggi sono quelli tipici della detective story americana: l'investigatore hard-boiled, la bionda da schianto e misteriosa, e un mondo che si muove tra il lusso di una casa di vacanza e i bassifondi degli avanzi di galera.